
LIE DOWN IN THE LIGHT
Classicità danzante, folk spontaneo.
Seguire percorsi di montagna. Vedere dove vanno a parare. Seguire questo folk che da lo-fi è diventato elettrico sporco, poi blues, poi oscuro, e ancora essenziale, unico, quasi elettronico, intraprendendo infine (quale fine poi?) la strada della classicità. Vedere dove va a parare. Forse finisce che ci ritroviamo un nuovo Johnny Cash, o forse un altro John Denver. Certo con Will Oldham non si può mai star sicuri di nulla, con la mole di ep, inediti, live che rilascia ogni anno. Anche se bisogna ammettere che dopo il precedente lp “The Letting Go” ha intrapreso un percorso uniforme, quel percorso di montagna accennato all’inizio, quel sentiero spruzzato di foglie secche che scricchiolano e si frantumano sotto i nostri passi pesanti e curiosi di vedere cosa si nasconde dietro ogni curva, dietro ogni asperità montana, insomma curiosi di vedere dove va a parare questo Will Oldham.
Questa volta la strada si apre e procede all’insegna del folk, come già accennavo, più classico, amabile, cantabile, con duetti tipici quanto una villetta di legno e intonaco bianco, con violini che contrappuntano la chitarra ritmica e gli arpeggi veloci e cristallini. Ti ritrovi a pensare “tutto qua?”, poi al secondo ascolto ti accorgi che se tutto sta in queste voci, in queste melodie, il ritorno di Will Oldham sulle scene è una benedizione, non che si sia mai allontanato, addirittura è in partenza per un tour europeo che lo vedrà impegnato lungo giugno e luglio. Chissà se passando da Rimini (16/6) gli verrà in mente la sua estate nel sud-est degli States, oppure se qualcosa gli potrà suggerire la malinconia di De Andrè, o la surrealità felliniana. L’ascolto di “Lie Down In The Light” porta a divagare, dona ali di marzapane alle nostre menti fanciullesche, perciò sarà meglio tornare sul sentiero, e non ti devi stupire se brividi di dolcezza ti sorprendono all’apertura leitmotivica di “So Everyone”, alla sofisticata semplicità con cui si intrecciano le voci e i controcanti. Mentre ti lasci trasportare da queste onde di carezze intense ti sembra di credere che non esista ballata d’amore più classica e ispirata di questa, se non che ti fai cogliere dalle medesime fantasie all’ascolto di “You Want That Picture”, e nelle stesse nuvole dense di sciroppi dolci-amari si galleggia durante altri brani.
Come da tradizione, non mancano riflessioni solitarie più o meno ritmate, più o meno essenziali quali “For Every Field There’s A Mole” (“Per ogni campo c’è una talpa”, come dargli torto?), che si tinge di fiati jazzati, e “Willow Trees Bend”, molto vicina agli arpeggi in stile Nick Drake e all’album “Master And Everyone”. Quello che certamente manca è un po’ di azzardo, un po’ di cime tempestose e tenebre rarefatte come nelle precedenti prove, ma anche il nostro tormentato cantautore del Kentucky forse una goccia di tranquillità e di sentimenti raccolti, solari o lievemente malinconici se li merita, ché d’altra parte la strada per la gloria o per il cambiamento o per dovunque voglia andare a parare il Bonnie non è detto che debba a tutti i costi passare per la tragedia o l’oscurità. E allora ci regala (si fa per dire, il caro Will non ha ancora abbracciato la politica free, aggratis insomma, di altri esimi colleghi) brani con accenni di delicatezza appena slowcore (“What’s Missing Is”), perle cosparse di steel guitars, pennate sicure e impennate vocali (“Where’s the puzzle”), minuti apparentemente ripetitivi (la title track) almeno finché non arriva uno scacciapensieri a fare ciò per cui è stato progettato, ovvero scacciare i cattivi pensieri, fino alla lieta chiusura (“I’ll Be Glad”) con tanto di organo, cori, e ancora una spontaneità struggente e danzante, ovvero la pasta di cui è fatto questo dischetto gemello di “Ease Down The Road”, questo sentiero, questa classicità dove Oldham sembra voler andare a parare.